LETTERATURA E SCRITTURA COME MODELLI PER LE ARTI VISIVE
"Cancellare solo parzialmente è invece come riscrivere: è ciò che fa più recentemente Anna Rosa Gavazzi nella sua opera del 2001 che è allo stesso tempo tradimento e omaggio nei confronti del testo letterario di partenza, Expedition nocturne autour de ma chambre, scritto nel 1794 dal conte Xavier de Maistre mentre era agli arresti a causa di un duello. Il lavoro è un'istallazione costituita da 30 fotografie appese secondo uno schema fisso e da 90 fotocopie delle 26 pagine dell'edizione originale dell'autore modificate dall'artista."
(dal libro
TRANSIZIONI ARTE-POESIA edizioni da>verso)
Elisabetta Longari - 2012

SETTE PEZZI NON FACILI + 1 e INSALATA MISTA
INSALATA MISTA CON CIPOLLA

No, non sono facili i 7 pezzi + 1 che anna Rosa Faina gavazzi ha scelto di esporre nella sua micro-retrospettiva presso la Fondazione Mudima (non lo è neppure il nome di questa artista minuscola-maiuscola e floreale-animale, figurarsi le sue opere). Quindi, come si fa con tutto ciò che non è facile, non resta che affrontarli con rigore e con metodo: anzi, per quanto mi riguarda, con il metodo che adotto nei casi estremi, cioè il metodo della cipolla. Osservare con uno sguardo frazionato e progressivo, sfogliare le opere come se fossero tuberi pluristratificati: alla luce di questo criterio, i 7 lavori+ 1 (sarà anche per le loro dimensioni da foto-ricordo) mi sembrano prelevati dalle pagine di un album, da una sorta di diario visivo che, tra incursioni letterarie e annotazioni gastronomiche, ricostruisce non solo l’itinerario artistico, ma anche il percorso biografico di aRFg. Sullo strato di superficie dei 7 pezzi + 1 intravedo allora una pittrice che ha studiato da scenografa, che ha lavorato come regista televisiva e che si è infine dedicata alla fotografia. Da questi attraversamenti di ambienti e di linguaggi è scaturita un’impostazione dell’immagine come allestimento, come perenne costruzione di un set, in modo tale che anche il ritratto e l’autoritratto, entrambi generi con cui aRFg si è cimentata più e più volte, diano spettacolo, smarriscano qualsiasi intento descrittivo per farsi fantasmagoria e sprofondare nell’onirico. Se poi sfoglio ulteriormente il tubero, scorgo soprattutto un processo di catarsi, un itinerario di liberazione: in primo luogo dall’impaccio del corpo, dall’imbarazzo dell’appetito alimentare e sessuale, dalla proibizione dell’inopportuno, dello spudorato, di ciò che è apertamente, onestamente brutto; quindi dalla sacralità della cultura, dall’intangibilità del mito, da quella retorica del sapere che è il nemico più temibile del sapere stesso. Se cerco di arrivare al bulbo della mia metaforica cipolla, mi ritrovo tra le mani il nocciolo duro dell’inconscio, quella materia densa, insondabile, indecifrabile (in barba a qualsiasi teoria psicanalitica, come sa bene chi è stato in analisi) che al massimo può essere affrancata ed espressa attraverso l’immagine, o forse ancor di più attraverso la fluidità, l’automaticità della musica (perlomeno di certa musica). Ma se, una volta scomposto interamente il tubero, voglio riassemblarne le parti e spremerne il succo, allora mi ritrovo con un distillato di ironia, di dissacrazione, di franchezza disarmante, con una sostanza dal particolarissimo sapore acidulo e ruspante, una vera gourmandise da spruzzare q.b. su di una rigogliosa insalata mista.
Roberto Borghi- 2011

intonAzione 
Sì, lo so, per introdurre degnamente intonAzione ci sarebbe bisogno di una lunga e articolata dissertazione su come si è evoluto il rapporto tra le arti visive e la musica negli ultimi anni. Noi, però, tenteremo di cavarcela rispondendo semplicemente a una domanda. Questa: perché i musicisti sono sempre più attratti dal visivo e, viceversa, gli artisti dal sonoro? La mia ipotesi è che, data per scontata la tensione verso “l’opera d’arte totale” connaturata allo spirito delle avanguardie (eccetera eccetera), all’origine ci sia un bisogno quasi platonico di completezza, l’esigenza di integrare un polo espressivo con il suo opposto. Mettere in movimento l’immagine e, allo stesso tempo, assestare il suono: su questa dualità complementare si regge in fondo intonAzione. 
anna Rosa Faina gavazzi e Pietro Pirelli sono, rispettivamente, un’artista visiva che ha spesso contaminato la fotografia con la musica e un musicista che ha sondato gli aspetti iconici della dimensione sonora. Il loro dialogo è nato attorno all’idrofono, un’invenzione (chiamiamola così, per il momento) di Pietro. Cos’è un idrofono? Innanzitutto un bell’oggetto di design, con un retrogusto leggermente rudimentale che non guasta affatto; poi uno strumento musicale, una lampada … Ma forse, più di ogni altra cosa, è un medium, nell’accezione non mediatica, ma letteralmente medianica del termine: è insomma un captatore di energie, un trasmettitore di vibrazioni. L’acqua depositata sulla superficie dell’idrofono risuona di una vibrazione esterna (un diapason, la pelle di un tamburo, una corda o semplicemente un canto) e, nel medesimo istante, scrutata grazie a un dispositivo elettronico e a delle fonti luminose. Attraversata dalla luce, l’acqua in movimento assume un profilo iconico che viene proiettato su di una supporto adiacente. Ciò permette che l’acqua possa interagire con oggetti e frammenti ulteriori di immagini creati per l’occasione da Anna Rosa e che l’esito di questo processo venga catturato con la macchina fotografica.
Le foto, come potrete constatare, sono obbiettivamente molto belle. Belle nel senso comune, quotidiano del termine: sono intense, gradevoli, eleganti. Ma sono belle anche in un’accezione più antica e più filosofica dell’aggettivo: permettono di inoltrarsi a tal punto nel particolare da estrarne una visione universale. Sono cioè dettagli di materia e luce che aprono a suggestioni cosmologiche, che richiamano una condizione ancestrale. Al loro interno, è come se fosse presente un’oscillazione rappresa, un fremito condensato: il suono si è fatto compiutamente immagine, l’immagine ha acquisito la fluttuazione del suono. 
Ancora un’osservazione sul titolo della mostra. Inizialmente si era pensato a notAzione dando peso alle note (peraltro “sabotate”, rese puri segni grafici) che compaiono in alcune opere di Anna Rosa, e al gesto di annotare inteso come “conferire una forma iconica al suono”. IntonAzione insiste invece sulla necessità di creare una sintonia tra i linguaggi, se si vuole creare tra loro un’osmosi espressiva. E naturalmente una sintonia tra gli artisti che questi linguaggi li praticano.

Roberto Borghi- 2010 

CANTINA CONTI FAINA "bon vin et force viande" 
una quasi retrospettiva di anna Rosa Faina gavazzi

Cara Anna Rosa, è complesso scrivere del tuo lavoro, anche solo per un breve comunicato stampa. C’è che le tue opere ( e questo è per me un grande pregio) si concentrano sulle sfumature delle cose, si muovono ai bordi delle situazioni. Scrivendo sento sempre il rischio di tradirle, di renderle univoche e centrali. Però nella frasetta sulla “idea …” credo di aver detto rispettosamente il vero. (mail di R.B. a aRFg  del 30/9/2010)

Bon vin et force viande! è un’espressione quasi intraducibile in italiano. Il suo significato consiste in  un augurio di prosperità, in un invito a gustare i piaceri più corposi (e non solo culinari) della vita.
Bon vin et force viande! è anche il titolo scelto da anna Rosa Faina gavazzi per la sua mostra presso la Cantina Conti Faina. Oltre al richiamo alla natura vinicola del luogo, questa formula gergale francese contiene in sé quell’idea di esuberanza e spregiudicatezza, quella raffinatezza ironica e volutamente ruvida che contraddistingue il lavoro dell’artista milanese. 
Presso la Cantina Conti Faina, anna Rosa Faina gavazzi espone una serie di opere realizzate durante l’ultimo decennio: nove foto, per la maggior parte di grandi dimensioni, e una piccola scultura in ceramica raku. 
La cantina ospita inoltre una videoproiezione attraverso cui l’artista ripropone frammenti dai grandi cicli di lavori creati negli scorsi anni: la serie “12 ritratti utili” esposta presso la galleria Il Frantoio  di Capalbio in una mostra a cura di Philippe Daverio; il ciclo dedicato alla lana nella storia della pittura italiana, realizzato per la mostra “Sul filo della lana” tenutasi a Biella nel settembre 2005; gli interventi fotografici progettati per la messa in scena dell’Odissea nel Petitheatre di Sion dal 16 al 25 aprile 2010.

Roberto Borghi - 2010

TASHIDELEK 

I fili del discorso si intrecciano con piccoli nodi che richiamano alla mente sottili mani volanti. Mani veloci che ordiscono una trama di vita vissuta. Gli anni corrono sui tappeti, ma non cadono, quando il filo viene tagliato.

Benvenuto a teatro! Guardati attorno… I quadri viventi qui recitano in diverse dimensioni.

Il sorriso incredulo dell’ultimo drago rivela un San Giorgio crudele e inaspettato. Il Tridente sostiene Nettuno, dio di fumogene profondità. E’ un peccato peccare? Il giudizio è una mano “santa” munita di forbici.

Tocca la trama dei tappeti tibetani e scopri tutti gli atti, o “quadri” dell’opera.

Tashi Delek a te! Benvenuto ancora e Lieta Benignità.

(dall'invito della mostra "56 opere +5+ peccato!")

Anna Aurenghi - 2008

ANGELI SULLA SICILIA 
 “…Anche se in modo non sistematico e  con un’angolatura molto parziale, uno degli elementi in gioco nel viaggio in Sicilia è allora una interrogazione quasi in vitro sullo stato dell’arte e sulla diversità degli approcci – accertata ormai da diversi anni – che ne individua il sistema aperto. I lavori di anna Rosa Faina gavazzi in tal senso possono fungere da paradigma: le tecnologie sono quelle, centrali nella ricerca contemporanea, della fotografia e delle rielaborazioni digitali delle immagini, e il repertorio è quello – immediatamente riconoscibile – del paesaggio, dell’architettura e dei singoli manufatti della Sicilia centrale e orientale, delle facciate delle chiese tardo barocche ai templi greci o alla statua equestre di San Giorgio custodita a Scicli. Ma nella impaginazione che mescola su un piano fluttuante la riproduzione e la stesura all’acquarello le tracce si sdoppiano, e la pretesa dei segni figurativi di configurare una modalità assertiva viene vanificata in un movimento circolare. Come è stato ampiamente teorizzato, nell’odierna civiltà delle immagini e della loro infinita riproducibilità ogni oggetto è inevitabilmente simulacro di se stesso, e ogni esperienza è comunque falsificabile: una consapevolezza – non a caso Gavazzi ha lavorato molto con il mezzo televisivo – che a differenza del passato rende il resoconto visivo del viaggio inevitabilmente congetturale, e ne confonde il grado di verità, Analogamente a una mise en abîme, la stesura pittorica che si alterna alla fotografia è essa stessa frutto di una manipolazione fotografica, e la ripetizione in alto e in basso del medesimo montaggio compositivo è quindi una filiazione di presenze egualmente pellicolari ed evanescenti…” 
(dal catalogo VIS3 Uomini e Luoghi 2007 Progetto per l’Arte e il Territorio)

Sergio Troisi – 2007

ALLUSIONI NOTTURNE
“Innanzitutto è necessario accantonare certi antichi stereotipi. Troppi secoli di retorica sulla luce - sulla sua essenza benefica, sul suo ruolo di metafora per antonomasia del positivo - hanno indotto a dimenticare che l’eccesso di luminosità abbaglia, talvolta addirittura acceca. L’importanza attribuita alla notte da una precisa tradizione estetica, che da Novalis giunge sino al Surrealismo, è dovuta a questa insofferenza per la condizione diurna e per i suoi risvolti simbolici. L’antielogio della chiarezza, in tutte le sue sfumature di senso, della razionalità, della consapevolezza obbligatoria e della gioia forzosa ha parallelamente generato, in quasi due secoli di arte notturna, l’apologia dell’oscuro, della forza catartica dell’inconscio e del piacere dell’abbandono malinconico. Solo di recente, soltanto negli ultimi decenni, la notte ha cominciato a essere pensata e rappresentata come un luogo esterno alla consueta oscillazione tra positivo e negativo, sino a trasformarsi in un antidoto allo schematismo imperante, in una salvifica via d’uscita dalla cerebralità, dall’apriorismo, dalla logica lapalissiana che abbonda nella produzione artistica contemporanea.

Expédition nocturne autour de ma chambre è un libro felicemente bizzarro. Opera seconda di un scrittore verosimilmente improvvisato, legnoso e pedante, è comunque un testo caratterizzato da una strana leggerezza. Per Xavier de Maistre – qui con perfida ironia rinominato di Mestre – la notte sembra essere una dimensione lontanissima da quella raffigurata dal quasi coevo Romanticismo: nessun tono artificiosamente grave, nessun compiaciuto sprofondamento in ambiti tenebrosi, nessuna stucchevole celebrazione dell’arcano pervade le pagine del fratello del più celebre autore dell’Elogio del boia, quanto piuttosto una sottile propensione al delirio, una visionarietà giocosa, un desiderio di scherzare con una moderata dose di intelligenza e buon gusto. Nell’oscurità Xavier si lascia orientare dal suo istinto di uomo curioso, con la consapevolezza di muoversi in un territorio sconosciuto ma ospitale, in un luogo da scoprire ma allo stesso tempo gustare, forse perfino centellinare. 

Cancellando si fa buio in un testo, ma si mette anche in luce. Nel nostro caso, si oscurano frasi più o meno convenzionali, periodi dettati dalla retorica, dalla solennità, dalla verbosità imposta dai canoni letterari del tempo, si eclissano riflessioni incomprensibili o imbarazzanti, e si fa luce sui punti che celano al loro interno una luminosità attenuata dall’opacità del contesto. Cancellando si va alla ricerca del lato allusivo della notte, di un buio pregno di evocazioni, di cenni allertanti, di tracce che possono essere ricondotte al proprio vissuto o a quello altrui. Cancellando si ritaglia un racconto nel racconto, ma si ottiene anche un vasto catalogo di microracconti, di frasi apodittiche e folgoranti, che hanno il ritmo compatto delle suites. Cancellando si valorizza la pagina, si esalta il piacere della stampa arcaica e minuziosa, del cammeo involontariamente ironico ed elegante, del feticismo della polvere accumulata nei secoli. Trascorrendo quattro ore in compagnia del conte Xavier de Maistre, ripercorrendo il suo stesso itinerario nella propria camera, si può correre il rischio di trasformarsi da aRFg in X di Mestre e sottoscrivere, appena prima di concludere  l’expédition, frasi come il est beau, sans doute, d’être ainsi dans une relation familière avec la nuit, le ciel e les météores, et de savoir  tirer  parti de leur influence.”
Roberto Borghi - 2006

ANNA ROSA FAINA GAVAZZI E LA SUA GUERNICA
Le quattro età sono l’opera complessa di anna Rosa Faina gavazzi composta da 10 tele divise a 2 a 2 in un polittico costituito da 5 quadri. L’opera è stata realizzata espressamente per la mostra, “Sul filo della lana”, curata da Philippe Daverio nella primavera 2005.
Infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia, morte.
L’artista lavora così: da prima “pesca” dalla iconografia della storia dell’arte le immagini che queste quattro diverse fasi della vita le ispirano e poi, le compone in una prima tela, in una sorte di originale collage che è già di per sé opera d’arte. Successivamente, presi pennelli in mano
reinterpreta la sua stessa interpretazione creando in questo modo i toni cromatici delle varie fasi dell’esistenza. 
anna Rosa Faina gavazzi ama la vita e questa opera lo dimostra anche perché si può certamente dire che la luce  dei suoi lavori è se non altro più lieta ed allegra dei motivi che l’hanno ispirata.
La prima tela,  piena di putti, è quella dell’asilo, del giardino d’infanzia, della scuola materna e dei giochi istintivi. E’ un quadro rosa a tecnica mista che suggerisce le belle speranze di ogni nuovo nato. Sono citati il Crespi e il famoso e grottesco nano a cavalcioni sulla tartaruga dei giardini di Boboli. 
L’adolescenza è un’età più tortuosa e complessa, piena di turbamenti e di chiari-oscuri. Il Crespi, Luca Giordano e il Pollaiolo sorreggono l'impianto compositivo di questo secondo quadro.
La maturità è molto più barocca. Gli infiniti rigagnoli dell’adolescenza affluiscono finalmente in un fiume giallo-arancione-azzurro succoso come un frutto. Velasquez, Brugel e la Persia sono la colonna sonora di questa età matura.
La vecchiaia, è grigio azzurra, è l’età felice di chi ha imparato molto e non ha più bisogno di una tavolozza di molti colori. Nel quadro di anna Rosa Faina gavazzi non si muore con tristezza ma si parte, si va. Le parche del Cossa incombono serene. 
Il quinto e ultimo quadro è il taglio del filo a cui la nostra vita è sempre legata.
Nessuna delle quattro età di anna Rosa Faina gavazzi dà l’impressione di essere meno precaria. Ma non è forse la vita, come il vetro, così affascinante proprio perché  a un millimetro e a un secondo dalla fine?
Per descrivere l’abbandono del corpo la pittrice fa un quadro bianco, scheletrico, sepolcrale ma anche carnoso.
Il ratto di Europa da una parte, la Vergine Maria dall’altra.
Conosciamo da anni l’opera di anna Rosa Faina gavazzi ma abbiamo questa volta l’impressione di trovarci di fronte al suo capolavoro, un polittico nel quale la poetica dell’artista è scaturita spontaneamente.
L’unico sforzo è stato quello pittorico.
Quale è questa poetica? La vita è bella ma è legata ad un filo, o meglio, la vita è bella perché legata ad un filo.

Jean Blanchaert – 2005

TRE AL CUBO 
“Si tratta del ritratto psicologico della Galimberti vista come lei stessa si presenta lasciando indovinare solo la parte di sé purchè esposta alla luce. La ricomposizione dei tre dettagli consente una visione globale, ovviamente illusoria. Solo chi scruta con attenzione indovina.”
Philippe Daverio -2004

“Da 14 anni si occupa di fotografia a tempo pieno, dopo due lunghe esperienze di scenografa prima e di regista televisiva poi. Dal primo percorso ha trasferito nel lavoro attuale l’attenzione per una composizione scenica delle immagini, la precisione degli equilibri tonali e la disposizione delle profondità di campo. Dal secondo una percezione visiva del movimento delle persone e degli oggetti e la direzione non casuale del loro collocamento. 
Questa prassi creativa le consente una indagine principalmente psicologica all’interno  di un mondo reso minimale per successive decantazioni. L’area di ricerca è quasi sempre quella dell’autoanalisi o comunque dello sguardo su di una realtà esterna traversata in prima persona. Il lavoro che ne consegue non è privo di una certa crudeltà visiva, che serve a celare la poetica di uno strato complesso di sensazioni rilevandone solo la secrezione di superficie o il riassunto finale. E l’ironia è sempre presente, in un equilibrio apparente precario fra ammiccamenti e pudore.”

 

Philippe Daverio - 2004

arfg, da scenografa già regista televisiva, oggi fotografa eterodossa alla ricerca dei confini di contaminazione fra fotografia e arte visiva. 
profilo d’artista di Phd - 2003