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TASHIDELEK 

I fili del discorso si intrecciano con piccoli nodi che richiamano alla mente sottili mani volanti. Mani veloci che ordiscono una trama di vita vissuta. Gli anni corrono sui tappeti, ma non cadono, quando il filo viene tagliato.

Benvenuto a teatro! Guardati attorno… I quadri viventi qui recitano in diverse dimensioni.

Il sorriso incredulo dell’ultimo drago rivela un San Giorgio crudele e inaspettato. Il Tridente sostiene Nettuno, dio di fumogene profondità. E’ un peccato peccare? Il giudizio è una mano “santa” munita di forbici.

Tocca la trama dei tappeti tibetani e scopri tutti gli atti, o “quadri” dell’opera.

Tashi Delek a te! Benvenuto ancora e Lieta Benignità.

(dall'invito della mostra "56 opere +5+ peccato!")

Anna Aurenghi - 2008

ANGELI SULLA SICILIA
 “…Anche se in modo non sistematico e  con un’angolatura molto parziale, uno degli elementi in gioco nel viaggio in Sicilia è allora una interrogazione quasi in vitro sullo stato dell’arte e sulla diversità degli approcci – accertata ormai da diversi anni – che ne individua il sistema aperto. I lavori di anna Rosa Faina gavazzi in tal senso possono fungere da paradigma: le tecnologie sono quelle, centrali nella ricerca contemporanea, della fotografia e delle rielaborazioni digitali delle immagini, e il repertorio è quello – immediatamente riconoscibile – del paesaggio, dell’architettura e dei singoli manufatti della Sicilia centrale e orientale, delle facciate delle chiese tardo barocche ai templi greci o alla statua equestre di San Giorgio custodita a Scicli. Ma nella impaginazione che mescola su un piano fluttuante la riproduzione e la stesura all’acquarello le tracce si sdoppiano, e la pretesa dei segni figurativi di configurare una modalità assertiva viene vanificata in un movimento circolare. Come è stato ampiamente teorizzato, nell’odierna civiltà delle immagini e della loro infinita riproducibilità ogni oggetto è inevitabilmente simulacro di se stesso, e ogni esperienza è comunque falsificabile: una consapevolezza – non a caso Gavazzi ha lavorato molto con il mezzo televisivo – che a differenza del passato rende il resoconto visivo del viaggio inevitabilmente congetturale, e ne confonde il grado di verità, Analogamente a una mise en abîme, la stesura pittorica che si alterna alla fotografia è essa stessa frutto di una manipolazione fotografica, e la ripetizione in alto e in basso del medesimo montaggio compositivo è quindi una filiazione di presenze egualmente pellicolari ed evanescenti…”
(dal catalogo VIS3 Uomini e Luoghi 2007 Progetto per l’Arte e il Territorio)
Sergio Troisi – 2007

ALLUSIONI NOTTURNE
“Innanzitutto è necessario accantonare certi antichi stereotipi. Troppi secoli di retorica sulla luce - sulla sua essenza benefica, sul suo ruolo di metafora per antonomasia del positivo - hanno indotto a dimenticare che l’eccesso di luminosità abbaglia, talvolta addirittura acceca. L’importanza attribuita alla notte da una precisa tradizione estetica, che da Novalis giunge sino al Surrealismo, è dovuta a questa insofferenza per la condizione diurna e per i suoi risvolti simbolici. L’antielogio della chiarezza, in tutte le sue sfumature di senso, della razionalità, della consapevolezza obbligatoria e della gioia forzosa ha parallelamente generato, in quasi due secoli di arte notturna, l’apologia dell’oscuro, della forza catartica dell’inconscio e del piacere dell’abbandono malinconico. Solo di recente, soltanto negli ultimi decenni, la notte ha cominciato a essere pensata e rappresentata come un luogo esterno alla consueta oscillazione tra positivo e negativo, sino a trasformarsi in un antidoto allo schematismo imperante, in una salvifica via d’uscita dalla cerebralità, dall’apriorismo, dalla logica lapalissiana che abbonda nella produzione artistica contemporanea.

Expédition nocturne autour de ma chambre è un libro felicemente bizzarro. Opera seconda di un scrittore verosimilmente improvvisato, legnoso e pedante, è comunque un testo caratterizzato da una strana leggerezza. Per Xavier de Maistre – qui con perfida ironia rinominato di Mestre – la notte sembra essere una dimensione lontanissima da quella raffigurata dal quasi coevo Romanticismo: nessun tono artificiosamente grave, nessun compiaciuto sprofondamento in ambiti tenebrosi, nessuna stucchevole celebrazione dell’arcano pervade le pagine del fratello del più celebre autore dell’Elogio del boia, quanto piuttosto una sottile propensione al delirio, una visionarietà giocosa, un desiderio di scherzare con una moderata dose di intelligenza e buon gusto. Nell’oscurità Xavier si lascia orientare dal suo istinto di uomo curioso, con la consapevolezza di muoversi in un territorio sconosciuto ma ospitale, in un luogo da scoprire ma allo stesso tempo gustare, forse perfino centellinare. 

Cancellando si fa buio in un testo, ma si mette anche in luce. Nel nostro caso, si oscurano frasi più o meno convenzionali, periodi dettati dalla retorica, dalla solennità, dalla verbosità imposta dai canoni letterari del tempo, si eclissano riflessioni incomprensibili o imbarazzanti, e si fa luce sui punti che celano al loro interno una luminosità attenuata dall’opacità del contesto. Cancellando si va alla ricerca del lato allusivo della notte, di un buio pregno di evocazioni, di cenni allertanti, di tracce che possono essere ricondotte al proprio vissuto o a quello altrui. Cancellando si ritaglia un racconto nel racconto, ma si ottiene anche un vasto catalogo di microracconti, di frasi apodittiche e folgoranti, che hanno il ritmo compatto delle suites. Cancellando si valorizza la pagina, si esalta il piacere della stampa arcaica e minuziosa, del cammeo involontariamente ironico ed elegante, del feticismo della polvere accumulata nei secoli. Trascorrendo quattro ore in compagnia del conte Xavier de Maistre, ripercorrendo il suo stesso itinerario nella propria camera, si può correre il rischio di trasformarsi da aRFg in X di Mestre e sottoscrivere, appena prima di concludere  l’expédition, frasi come il est beau, sans doute, d’être ainsi dans une relation familière avec la nuit, le ciel e les météores, et de savoir  tirer  parti de leur influence.”
Roberto Borghi - 2006

ANNA ROSA FAINA GAVAZZI E LA SUA GUERNICA
Le quattro età sono l’opera complessa di anna Rosa Faina gavazzi composta da 10 tele divise a 2 a 2 in un polittico costituito da 5 quadri. L’opera è stata realizzata espressamente per la mostra, “Sul filo della lana”, curata da Philippe Daverio nella primavera 2005.
Infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia, morte.
L’artista lavora così: da prima “pesca” dalla iconografia della storia dell’arte le immagini che queste quattro diverse fasi della vita le ispirano e poi, le compone in una prima tela, in una sorte di originale collage che è già di per sé opera d’arte. Successivamente, presi pennelli in mano
reinterpreta la sua stessa interpretazione creando in questo modo i toni cromatici delle varie fasi dell’esistenza.
anna Rosa Faina gavazzi ama la vita e questa opera lo dimostra anche perché si può certamente dire che la luce  dei suoi lavori è se non altro più lieta ed allegra dei motivi che l’hanno ispirata.
La prima tela,  piena di putti, è quella dell’asilo, del giardino d’infanzia, della scuola materna e dei giochi istintivi. E’ un quadro rosa a tecnica mista che suggerisce le belle speranze di ogni nuovo nato. Sono citati il Crespi e il famoso e grottesco nano a cavalcioni sulla tartaruga dei giardini di Boboli.
L’adolescenza è un’età più tortuosa e complessa, piena di turbamenti e di chiari-oscuri. Il Crespi, Luca Giordano e il Pollaiolo sorreggono l'impianto compositivo di questo secondo quadro.
La maturità è molto più barocca. Gli infiniti rigagnoli dell’adolescenza affluiscono finalmente in un fiume giallo-arancione-azzurro succoso come un frutto. Velasquez, Brugel e la Persia sono la colonna sonora di questa età matura.
La vecchiaia, è grigio azzurra, è l’età felice di chi ha imparato molto e non ha più bisogno di una tavolozza di molti colori. Nel quadro di anna Rosa Faina gavazzi non si muore con tristezza ma si parte, si va. Le parche del Cossa incombono serene.
Il quinto e ultimo quadro è il taglio del filo a cui la nostra vita è sempre legata.
Nessuna delle quattro età di anna Rosa Faina gavazzi dà l’impressione di essere meno precaria. Ma non è forse la vita, come il vetro, così affascinante proprio perché  a un millimetro e a un secondo dalla fine?
Per descrivere l’abbandono del corpo la pittrice fa un quadro bianco, scheletrico, sepolcrale ma anche carnoso.
Il ratto di Europa da una parte, la Vergine Maria dall’altra.
Conosciamo da anni l’opera di anna Rosa Faina gavazzi ma abbiamo questa volta l’impressione di trovarci di fronte al suo capolavoro, un polittico nel quale la poetica dell’artista è scaturita spontaneamente.
L’unico sforzo è stato quello pittorico.
Quale è questa poetica? La vita è bella ma è legata ad un filo, o meglio, la vita è bella perché legata ad un filo.
Jean Blanchaert – 2005

TRE AL CUBO
“Si tratta del ritratto psicologico della Galimberti vista come lei stessa si presenta lasciando indovinare solo la parte di sé purchè esposta alla luce. La ricomposizione dei tre dettagli consente una visione globale, ovviamente illusoria. Solo chi scruta con attenzione indovina.”

Philippe Daverio -2004

“Da 14 anni si occupa di fotografia a tempo pieno, dopo due lunghe esperienze di scenografa prima e di regista televisiva poi. Dal primo percorso ha trasferito nel lavoro attuale l’attenzione per una composizione scenica delle immagini, la precisione degli equilibri tonali e la disposizione delle profondità di campo. Dal secondo una percezione visiva del movimento delle persone e degli oggetti e la direzione non casuale del loro collocamento.
Questa prassi creativa le consente una indagine principalmente psicologica all’interno  di un mondo reso minimale per successive decantazioni. L’area di ricerca è quasi sempre quella dell’autoanalisi o comunque dello sguardo su di una realtà esterna traversata in prima persona. Il lavoro che ne consegue non è privo di una certa crudeltà visiva, che serve a celare la poetica di uno strato complesso di sensazioni rilevandone solo la secrezione di superficie o il riassunto finale. E l’ironia è sempre presente, in un equilibrio apparente precario fra ammiccamenti e pudore.”
Philippe Daverio - 2004

arfg, da scenografa già regista televisiva, oggi fotografa eterodossa alla ricerca dei confini di contaminazione fra fotografia e arte visiva.
profilo d’artista di Phd - 2003

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